Pubblico e privato, quando la politica gioca a vincere facile

urna-elettoraleTrenta milioni di euro, di cui ventinove per danno patrimoniale. È questa la cifra a cui ammonta il risarcimento fissato dalla Corte dei conti per quindici dirigenti della sanità campana, a cominciare dall’ex grande capo Angelo Montemarano che, da solo, di milioni ne dovrà sborsare circa dieci. Gli ex amministratori dell’asl Napoli1, secondo la sentenza, avrebbero contribuito al fenomeno per il quale alcuni fornitori privati ricevevano un doppio pagamento da parte delle casse pubbliche per i servizi e le prestazioni erogate. In alcuni casi, i pagamenti continuavano anche quando gli stessi creditori segnalavano la disfunzione.

Al di là della cronaca e del sentimento di sconforto che può provocare una notizia del genere – a maggior ragione in considerazione della situazione non solo economica disastrosa in cui versa da vent’anni la sanità pubblica nella nostra regione, e le (dis)avventure dei vari commissari e commissariamenti – questa apre alcune possibili riflessioni sul rapporto tra pubblico e privato sul nostro territorio, e in particolar modo sui rapporti che alcuni amministratori di vari settori della vita cittadina costruiscono con piccoli e grandi imprenditori della nostra regione.

Si tratta, infatti, di un atteggiamento estremamente diffuso, e che è stato trasversale ai cambiamenti politici degli ultimi vent’anni, in Campania e forse ancor di più nella città di Napoli. Notizie di questo tipo riportano alla mente (ma quasi solo, e qui c’è da fare tutti autocritica, quando la magistratura ci si interessa) l’insopportabile sudditanza di fatto del settore pubblico nei confronti del privato, un atteggiamento che la politica prova a giustificare attraverso il solito piagnisteo sulla mancanza di soldi (ma quando si tratta di regalare trenta milioni in questo modo i soldi ci sono sempre!), e che invece ha tutt’altro tipo di origini, nonché ragioni di equilibri politici se non addirittura di clientele.

Quante volte in questi anni abbiamo alzato la voce per provare a far luce sulle centinaia di milioni di euro spese per appalti elargiti a privati che si occupano di politiche sociali, appalti ai quali sono corrisposti – è sotto gli occhi di tutti – servizi scadenti se non addirittura inesistenti, e nessun beneficio per la cittadinanza? O ancora, altro esempio eclatante, per far luce sull’ambiguo rapporto di tira e molla, come quegli amanti che si prendono e si lasciano, ma che in fondo non sanno stare l’uno lontano dall’altro, tra il comune di Napoli e le discusse aziende di Alfredo Romeo? Un vero impero, costruito in decenni, soprattutto sulla base di contratti stipulati con la pubblica amministrazione, contratti molto spesso opinabili da un punto di vista tecnico, contratti su cui la magistratura ha molte volte avuto da ridire, contratti a fronte dei quali, come rileva la Corte dei Conti, non veniva corrisposto alcun servizio (si pensi alla gestione inesistente delle manutenzioni ordinarie di strade e case popolari). Beh anche negli ultimi anni, durante i quali l’amministrazione de Magistris ha millantato di mostrare i muscoli nei confronti di queste inadempienze, Alfredo Romeo è stato ancora ascoltato e talvolta inseguito (si pensi all’assurda questione dell’Insula Dogana, o alla transazione che ha visto il Comune sborsare quasi cinquanta milioni di euro all’imprenditore ponendo una pietra tombale sulle sue inadempienze che invece, secondo quanto appurato dai giudici contabili, avrebbero dovuto fondare un’azione di inadempimento contrattuale) non si capisce in nome di quale affidabilità. L’unica possibile, in realtà, è quella che stabilisce, in barba a qualsiasi tutela del bene pubblico, che è meglio avere dalla propria un grande imprenditore oggi, che migliaia di cittadini soddisfatti dei servizi elargiti dalle istituzioni domani. Questo, forse, è il vero tema su cui dovremmo riflettere: possibile che la politica perseveri nel preoccuparsi sempre e solo di chi dovrà dargli il voto e mai invece di cosa fare per meritarlo?

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