Quando a Carmela portarono via i figli. Le (assurde) risposte dalle istituzioni al disagio sociale

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Quando insieme a Marcella Torre, consigliere della III municipalità e membro della Consulta delle elette di cui sono presidente, abbiamo iniziato a interessarci al caso di Carmela Sanseverino, non lo abbiamo fatto solo per lei, e per la situazione che sta vivendo da oltre due mesi. Lo scorso cinque ottobre Carmela si è vista portar via con una specie di blitz delle forze dell’ordine nove dei suoi dieci figli, a seguito di un’assurda denuncia per abbandono di minore (Carmela non aveva accompagnato una delle sue figlie all’ospedale, affidandola al vicino, perché colta da un malore) e soprattutto delle condizioni economiche disagiate in cui la famiglia vive in un monolocale di via Villari, alla Sanità. Nel corso di questi quasi tre mesi Carmela sta affrontando un vero e proprio calvario: emotivo, prima di tutto, avendo visto la sua famiglia disgregata in un attimo, e i suoi figli portati via in diverse case famiglia in giro per la Campania; fisico anche, perché questi giorni li ha passati in treno e in autobus, per raggiungerli, e andare ogni volta che le è concesso a salutarli, dopo ore di viaggio affrontate con un neonato tra le braccia.

Carmela e suo marito lavorano da anni saltuariamente. A oggi, sono disoccupati da molti mesi. L’aspetto più sconcertante di questa storia, e che ci ha dato la spinta per muoverci, è che la situazione in cui vive questa famiglia è comune a tante altre: emergenza abitativa, disoccupazione, nucleo familiare numeroso, allontanamento dei figli. È scandaloso che di fronte a problemi di questo genere le istituzioni non immaginino altra “soluzione” che questa. Cosa siamo capaci di fare, in quanto principale istituzione cittadina, per aiutare famiglie come questa, in un tale stato di difficoltà?

Poco, molto poco. Basti pensare che, come ho avuto modo di denunciare in passato, una grandissima parte delle spese per le politiche dell’infanzia a Napoli (l’80%, nel 2011!) è utilizzato per l’istituzionalizzazione dei bambini sottratti alle famiglie in difficoltà, nonostante la legge italiana e le convenzioni internazionali parlino dell’allontanamento dei figli da casa come “extrema ratio”. Il dato del 2013 ci parla di ben settecento minori, mentre nessuna notizia si ha ancora su quelli 2014, a dispetto di una mozione da me presentata in consiglio che metteva in risalto la questione, e che chiedeva l’attuazione di misure di prevenzione o alternative all’inserimento dei bambini negli istituti. Una mozione approvata all’unanimità ma ignorata dall’amministrazione.

A oggi, quando proviamo a far emergere questa questione, qualcuno ci risponde che il Comune non riesce a garantire un sostegno economico a tutte le famiglie napoletane che hanno questo tipo di problemi. La cosa grave, però, è che parliamo di diritti individuali minimi. Non è credibile che il Comune non possa aiutare una famiglia di dodici persone che vive in pochi metri quadrati; non è credibile che gli amministratori non possano agire per garantire la possibilità di andare a scuola, acquistare qualche libro e quaderno, a questi bambini; è inconcepibile che l’assessore Gaeta, davanti alle nostre obiezioni, ci inviti a non interessarci al caso perché “oggetto di un procedimento giudiziario”, e perché lederebbe la privacy di Carmela e della sua famiglia. È giusto, alle accuse dell’assessore, rispondere che Carmela si è fatta avanti da sola, e con le sue sole forze ha chiesto l’intervento di due donne, due mamme, che in quei palazzi istituzionali ci lavorano. Tanto più che la questione, lungi dall’essere meramente giudiziaria, è anche o forse soprattutto una questione politica.

Risulta infatti, dai dati del Comune, che oltre il 50% dei casi di istituzionalizzazione dei minori avviene secondo il procedimento previsto dall’articolo 403 del codice civile, che dà il potere di separare i minori dalle famiglie in casi straordinari e di gravità assoluta. Si parla di una percentuale tanto alta quanto grave, dal momento che palesa tutti i limiti del welfare minimo cittadino e dal momento che, una volta avviato l’iter, è impossibile invertirlo, prima della fine del procedimento giudiziario. Nel caso specifico, poi, la decisione è stata presa addirittura cinque anni dopo una richiesta di aiuto effettuata dalla famiglia al Comune, che non ha mai fatto nulla per sostenerla economicamente o con la concessione di un alloggio popolare, né tanto meno con un percorso educativo di supporto ai genitori.

Dopo il polverone alzatosi in questi giorni, l’assessore Fucito ha sottolineato che il Comune si sta adoperando per mettere a disposizione degli alloggi alle famiglie più in difficoltà. Bene, ma non basta. Non basta il provvedimento tampone, la soluzione isolata, che non sia frutto di un piano organico che coinvolga tutti gli uffici competenti, capace di assicurare un welfare di base a chi ne ha bisogno, evitando anche sprechi di denaro, o meglio “investimenti” fatti a vantaggio dei soliti noti: secondo un calcolo effettuato proprio dalla consigliera Torre, per mantenere in un anno i figli di Carmela all’interno degli istituti di accoglienza, il Comune spenderebbe circa quattrocentomila euro. Una cifra con cui si potrebbe fare tantissimo per questa famiglia, senza sottrargli i figli, così come per tante altre. E senza segnare, soprattutto, la vita di bambini che si vedono strappati alla propria madre una mattina qualunque di ottobre.

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