Rimboccarsi le maniche e continuare a lavorare: buon 2016!

2016Ed ecco arrivare il 2016, dopo un anno tanto impegnativo. Un anno passato a lavorare duro, a lottare per qualche piccola grande conquista politica, non senza mettere in conto qualche delusione. È stato l’anno dell’inizio di una nuova esperienza, il gruppo RED, a cui abbiamo dato vita assieme a Carlo Iannello recuperando gli entusiasmi che avevamo messo avanti all’inizio di quest’avventura pubblica. Assieme agli entusiasmi abbiamo rimesso in discussione le prospettive del 2011, quelle che avevano portato alla nascita di un movimento partito dal basso, che aveva coinvolto le migliori energie cittadine, ma che in poco tempo è collassato su se stesso. Non per la debolezza delle proprie convinzioni, che costituivano un programma di governo e una linea chiara e definita, ma per l’incapacità di metterle al servizio della città, una volta guadagnatosi la possibilità e il diritto di governarla.<

Nell’esperienza di RED ci siamo lanciati con tanta buona volontà. Abbiamo provato e stiamo provando, quasi attraverso una crociata politica, a tenere in primo piano i contenuti, operazione quanto mai difficile tanto più con l’avvicinarsi della scadenza elettorale. Abbiamo ripreso le attività della Scuola di politica, organizzando eventi più frequenti durante l’autunno e l’inverno, cercando di costruire un percorso lineare che unisse teoria e prassi politica. Abbiamo condiviso con chiunque fosse interessato le Primarie delle Idee, per provare a fare il punto della situazione sullo stato della città. Abbiamo incontrato i cittadini, quelli che assai meglio – abbiamo capito in questi anni – rispetto alle classi dirigenti, hanno il polso della situazione. E, prendendo atto di una situazione sempre più difficile, abbiamo deciso con loro di proporre soluzioni, sotto forma di linee guida per il governo della città.

Il 2015, personalmente, si è chiuso con una spiacevole polemica con l’assessore competente ai servizi sociali, dopo il caso di Carmela, una madre che si è vista portare via i figli a causa del profondo disagio economico e sociale della sua famiglia, mentre l’apparato istituzionale non riusciva a garantire nulla, a supporto di un nucleo familiare così numeroso e così in difficoltà. Ben lungi da costituire una questione personale, il caso è emblematico di una ferita più profonda, lo sbrindellamento senza appello del welfare cittadino, e l’inconsistenza delle misure a tutela delle fasce più deboli, a cominciare da quelle su emergenza abitativa e diritto allo studio.

Da due anni a questa parte il sindaco e la giunta hanno rinunciato a governare, per dedicarsi manifestamente a una lunga campagna elettorale anticipata. Va bene rallegrarsi, ci mancherebbe, per la presenza dei turisti a Napoli, e per il consueto concerto di fine anno in una piazza Plebiscito piena. Ma non è certo (solo) così, che si amministra una città. Cosa ha fatto, in anni, quest’amministrazione, per valorizzare le politiche culturali e le spinte che nascevano dal basso, indipendenti, di rottura, che poi per definizione sono le vere spinte di un tessuto culturale fervente e in movimento? Perché non si è riusciti ad andare oltre feste, festini e festicciole, sagre e bagarìe di vario genere, per sostenere le esperienze contenutisticamente forti ma che difficilmente riescono a rompere il muro degli apparati culturali mainstream? Che cosa è stato, e in che modo si è manifestato, il Forum delle Culture? I successi più rilevanti, in questo senso, si sono avuti quando il Comune si è limitato a non mettere i bastoni tra le ruote a chi prova a fare cultura in modo di verso, per esempio i collettivi che hanno aperto un “varco” all’ex Asilo Filangieri. Come dire: meglio non disturbare piuttosto che far danni. Ma non è così, che si amministra una città.

D’altronde l’idea della “partecipazione” è apparsa un miraggio fin da subito, svelando tutte le incapacità organizzative e politiche delle giunte arancioni, con il fallimento totale delle famose consulte. Addirittura peggio è andata nella gestione delle trasformazioni urbane: pezzi di città svenduti senza garanzie al miglior offerente (vedi zoo ed Edenlandia), e altri simili tentativi non riusciti come il goffo percorso dell’Insula Dogana, strizzando ancora l’occhio ad Alfredo Romeo; immobilismo totale sull’area est e su Bangoli, lasciando il fianco al governo che ha potuto giocarsi la carta del commissariamento, approfittando dell’assenza di un piano serio e ponderato del Comune; promesse mancate sulla differenziata, con percentuali svizzere sbandierate per i primi due anni di governo e poi lentamente cadute nel dimenticatoio; per non parlare delle scellerate gestioni dei piani-traffico e delle varie aperture e chiusure di opinabili ZTL.

Ora, del futuro della città si deciderà molto nell’anno che verrà. Per i prossimi mesi, quelli che anticiperanno le elezioni, lo scenario è abbastanza scontato e sconsolante, con vecchi prìncipi e generali revival che provano a farsi largo a sinistra quanto a destra. In quelli che seguiranno, il nuovo sindaco darà un’impronta al suo mandato, lasciando intuire molto di ciò che succederà nei successivi anni. In uno scenario così, quali sono gli spazi per fare politica? Quelli istituzionali, di certo, con tutte le possibilità che questo campo ci concede. Ma quelli di base, anche. Ascoltando e rafforzando la voce di associazioni, movimenti, cittadini che provano a incidere sull’andamento della città, trovando sempre più difficilmente – a meno che non sposino la Causa di chi è nelle stanze dei bottoni – una sponda efficace, seria, onesta, da parte di chi governa. Per far si che questo possa avvenire, tutto ciò che possiamo fare è lavorare sodo. Intanto un buon anno a tutti.

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