Il Family day e il festival delle ipocrisie

Family Reunion with Clipping Path

Il vero merito della manifestazione andata in scena ieri a Roma sotto la sigla “Family day” è quello di aver palesato un fatto: il nostro paese è finalmente pronto ad affrontare il tema delle unioni civili e delle cosiddette stepchild adoption in una maniera matura, scevra da pregiudizi ideologici e fuori dalla storia. A dirci questo non sono soltanto i numeri (due o trecentomila persone a fronte dei due milioni sbandierati dagli organizzatori) ma anche la composizione della piazza. Una piazza farcita dei settori più conservatori e retrogradi della società italiana. Prima di tutto, quelli provenienti dalla politica, tra i quali si facevano notare tanto gli esponenti del movimento neofascista di Casapound quanto le cariatidi della seconda repubblica, quella classe dirigente che negli ultimi vent’anni ne ha combinate davvero di tutti i colori nella gestione della propria vita privata, per poter pontificare su temi come la superiorità di una presunta “famiglia tradizionale”. Ancora, quella rete di realtà e associazioni che apertamente contestano il riconoscimento dei più basilari diritti civili alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Infine, i gruppi di fondamentalismo cattolico, del genere Alleanza Cristiana e Militia Christi, abbandonate questa volta persino dai vescovi, che non hanno formalizzato la propria adesione ufficiale e collettiva alla manifestazione. Se questa, più una minoranza molto poco consistente di singoli cittadini, è la collettività che ha organizzato e partecipato alla manifestazione di ieri, forse per questo paese c’è ancora qualche speranza.

Nel corso di queste ultime settimane, se si mette da parte l’esperienza di questo grottesco carrozzone che pretende di stabilire la superiorità morale o la diversità davanti alla legge di una unione o di un rapporto di coppia rispetto a un altro, il dibattito sul disegno di legge Cirinnà si è articolato in maniera piuttosto lucida e onesta. Alla classe politica e al governo Renzi – che probabilmente si muove, come quasi sempre fa, in un’ottica di gestione del consenso, ma nella circostanza  specifica questo incide davvero poco – va dato atto di aver messo sul tavolo una questione importante per la costruzione di un paese moderno, assai più della computerizzazione dell’amministrazione pubblica o del wi-fi nelle piazze o sulle reti di trasporto pubblico. Mai come in questa circostanza l’Italia affronta in maniera chiara, senza nascondersi dietro un dito, una questione che può essere paragonata per importanza a quella sollevata in occasione del referendum sul divorzio, che non a caso coinvolse nel dibattito pubblico notevoli settori della società.

È evidente, tuttavia, che se anche la legge dovesse passare, questa sarebbe soltanto un primo passo formale di un cammino lungo e difficile. L’apertura di un dibattito meno ideologico rispetto al passato, non nasconde infatti i problemi irrisolti in materia. La riottosità che ancora qualcuno mostra nei confronti di un processo come le unioni civili, infatti, e l’ostinazione a voler mantenere una assurda distinzione tra famiglia di serie A e di serie B si manifestano all’interno della società più nella pratica che nella teoria. Quando si fa riferimento al concetto stesso di famiglia, infatti, si pretende di utilizzare un vocabolo-contenitore al cui interno infilare un intero mondo da Mulino Bianco in cui tutto va bene, in cui non sembra esserci spazio per le ombre e i problemi, un topos rassicurante a livello politico e sociale, un baluardo della integrità morale del paese. Come se il mondo fuori non esistesse. Ecco, forse, se parallelamente alle discussioni (ribadisco, quelle serie e di merito, e non quelle ideologiche e vuotamente reazionarie) sul disegno di legge Cirinnà, si cominciasse a discutere di certi temi, forse si capirebbe che il concetto stesso di famiglia è un concetto non archiviabile acriticamente, sempre e comunque come “superiore” o “intoccabile”. Discutiamo, mentre portiamo avanti la sacrosanta battaglia per il riconoscimento delle unioni civili, della violenza domestica e della solitudine di bambini e ragazzi; discutiamo del ruolo della donna all’interno del nucleo familiare e delle conseguenze da un punto di vista personale o lavorativo di questo nella società; discutiamo della strumentazione del vocabolo “famiglia” da parte della politica, e della mancanza di quelle stesse “politiche a favore della” che questa sbandiera, parallelamente allo smantellamento, nazionale e locale, della rete di servizi sociali, dell’assistenza minima ai nuclei più in difficoltà, degli affidamenti e degli allontanamenti dei ragazzi dalla propria casa per problemi di indigenza dei genitori. Interroghiamoci su quali siano i veri problemi della famiglia oggi, intesa come istituzione finalmente priva da distinzioni e discriminazioni legate al sesso dei propri membri. Superiamo la strumentalità di una visione sacrale della famiglia, e facciamoci queste domande mentre riconosciamo a tutti il diritto di volersi bene, legarsi, e costruire qualcosa di concreto, nel rispetto del cammino che la storia fa. È superando anche queste altre, tra le convenzioni sociali, che potremmo, forse, dare un senso a un concetto che rischia di allontanarsi sempre più dal suo reale significato nelle nostre vite.

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