Quella città che agisce. Una riflessione politica

SpaccanapoliLo scorso giovedì sono intervenuta alla biblioteca comunale di Ponticelli – in qualità di relatrice, e assieme a tante altre persone che fanno parte di quella rete di civismo attivo che si ostina a cercare di mantenere vivo il nostro quartiere – alla presentazione del libro Lo Stato della Città, pubblicato in primavera da Napoli Monitor. Il libro è una sorta di piccola enciclopedia sulla città, costruita con il contributo di una settantina di giornalisti, ricercatori, professori universitari, ma anche tecnici, medici, professionisti, artisti, musicisti, che hanno parlato di urbanistica, sanità, amministrazione pubblica, trasporti, emergenza abitativa, cultura, musica, letteratura, attraverso ottanta saggi, articoli e interventi. Gli scritti sono tutti molto puntuali, supportati da dati e grafici, riescono a essere al tempo stesso oggettivi e a tracciare un’idea di città, o meglio – parafrasando il titolo – dello stato (in cui versa) la città. Uno strumento che per il suo rigore potrebbe essere una fonte e un supporto per due ambiti che purtroppo nella nostra città non funzionano troppo bene: il giornalismo e la politica (sic)!

Eccoci al punto. Pur se lusinghiero è il giudizio nei confronti del libro, questo post non è una recensione al lavoro di Monitor. Nel corso di questi mesi sono rimasta un po’ dietro le quinte, con l’avvicinarsi e con l’esplodere poi della campagna elettorale, primo perché non volevo rivestire nessun ruolo in quella poco edificante bagarre, e poi perché ancora abbastanza cocente era la delusione per i miei cinque anni a palazzo San Giacomo, costellati di tanti problemi e esperienze negative, oltre che da qualche successo e soddisfazione personale. Eppure, la serata di giovedì mi ha parzialmente rinfrancato nello spirito, spingendomi a scrivere e a intervenire, cosa che avevo già in mente di fare una volta passate le elezioni.

Nel corso del pomeriggio di giovedì infatti ho avuto modo di vedere tutte assieme, una affianco all’altra, tante di quelle persone che in questa città lavorano per provare a portare avanti delle proposte alternative in ambito culturale, associativo, nel mondo dell’informazione, o dell’intervento politico. Un percorso che nel corso degli anni mi è sempre appartenuto, tanto che con quelle persone mi è capitato spesso di confrontarmi e talvolta di affrontare battaglie comuni. Quello che però mi viene in mente oggi, dopo cinque anni di esperienza “pubblica”, è che è proprio da questo “fare battaglia” dall’esterno del palazzo, ma dall’interno della città, che bisogna cercare qualche speranza di cambiamento; nella voce e nelle azioni di chi non rincorre la visibilità perché non ha alcun orticello da difendere, ma cerca di fare, quasi sempre lontano dai riflettori, indipendentemente (e spesso, giocoforza, in maniera conflittuale) dalle direzioni politiche e amministrative che intraprendono i suoi governanti. È questa la “partecipazione dal basso” che ci aveva spinto cinque anni fa a tentare l’esperienza arancione, ma oggi è evidente come quei propositi siano falliti, per tante ragioni, che vanno dal protagonismo di chi ha governato la città fino alla solidità di alcuni meccanismi che monopolizzano la macchina pubblica, incancreniti e arroccati talmente tanto su se stessi che l’idea di “scassarli” è stata accantonata in fretta a discapito di una “proficua” collaborazione.

Cosa resta oggi, di quell’idea di partecipazione? Un accentramento mascherato, ma nemmeno troppo; una idea di città pomposa e rivoluzionaria nelle parole ma molto distante da ciò che si porta avanti a livello amministrativo; un nuovo meccanismo di delega, che passa per la costruzione di assemblee che rischiano di essere i soliti sfogatoi, in cui le dinamiche di partecipazione e decisione sono vaghe se non ambigue, e alle quali, infatti, chi davvero oggi agisce in città “facendo”, si guarda bene dal partecipare.

Come coinvolgere, allora, questa rete di napoletani che sono la parte migliore della nostra città? È utile provare a rafforzare una rete che li tenga assieme, o è più importante attivarsi per salvaguardare i loro singoli percorsi, di cui le istituzioni si curano poco o nulla? Tutte queste domande presuppongono risposte delicate e difficili. Risposte che chi ha cuore il futuro della città deve provare a darsi. Con la costruzione di ReD, ad alcune di queste abbiamo provato a rispondere. Con alcuni incontri, o con la Scuola di politica, abbiamo cercato di mettere assieme energie diverse, menti lucide e problematiche, personalità che lavorano su questioni spinose con caparbietà e non avendo purtroppo troppo spesso il tempo di fermarsi per fare un punto sullo “stato” di ciò che fanno. Ma sono proprio loro ad insegnarci che bisogna intestardirsi e andare avanti con caparbietà. E allora è il caso di ricominciare! Ammesso che si sia mai smesso.

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