Le due città, la retorica sulle periferie e il nido del Lotto Zero di Ponticelli

È stato pubblicato questa mattina da Il Mattino un editoriale di Gerardo Ausiello che riassume in maniera efficace quello che sta accadendo in queste ore a Ponticelli, dove un gruppo di mamme sta protestando per la mancata apertura dell’Asilo nido del Lotto Zero, uno dei sette realizzati grazie all’apporto dei fondi governativi PAC. L’articolo individua in maniera efficace le responsabilità politiche dell’amministrazione, le sue inefficienze dal punto di vista di coordinamento e controllo del lavoro delle municipalità (a cui spetta la gestione dei nidi), l’incapacità di attivarsi per superare gli ostacoli burocratici, il totale immobilismo e anzi lo smantellamento definitivo della rete del welfare (minimo) pubblico. In particolare quello che colpisce è l’incapacità di “fare amministrazione” (risolvere i problemi) anche in quelle poche e rare circostanze in cui i soldi ci sono, e non si rende necessario barcamenarsi tra conti in rosso e rubinetti chiusi a livello nazionale ed europeo.

È questa, io credo, la grande sconfitta che ci sta lasciando questa storia. Ed è questa la cosa più difficile da spiegare alle mamme del Lotto Zero, assieme alle quali, anche io da mamma, porto avanti questa battaglia, e che avevano creduto che anche in un quartiere popolare e perennemente sotto i riflettori solo per la cattiva nomea che si trascina dietro, si potesse usufruire di servizi pubblici efficienti, interagire con entità altrimenti sempre troppo lontane (la scuola, la municipalità, il comune), essere insomma trattati da cittadini normali.

La gestione da parte dell’amministrazione e dell’assessore competente (le cui rassicurazioni di qualche mese fa si sono rivelate vane) della questione, ci dice che ci siamo lasciati probabilmente trasportare da un troppo avventato ottimismo, e che il ciarlare continuo sulla centralità delle periferie, sul sostegno da dare ai giovani genitori di tutti i quartieri della metropoli, sulle uguali possibilità di cui tutti i cittadini devono godere, rimane appunto la solita retorica di propaganda. Nella realtà, esiste una città di serie A, mediatica e vendibile (chissà ancora per quanto), e una di serie B, nascosta e abbandonata. Da qui giù, noi proviamo a far sentire la nostra voce, in ogni maniera possibile. Sapendo che sono l’abbandono e l’incuria, dei territori e delle persone, a rendere entrambi peggiori, non certo il contrario. E provando a resistere a questo sfascio che tutto tenta di travolgere, con tutte le nostre forze.

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La protesta delle mamme di Ponticelli, che ieri sono scese in strada al Lotto Zero rivendicando il sacrosanto diritto di poter portare i propri figli all’asilo, è emblematica della crisi in cui è piombato il welfare a Napoli. Come loro, in queste ore tanti genitori, dal centro alle periferie, sono in ansia. Perché, dopo aver iscritto i bambini al nido conquistando l’agognato posto in graduatoria, hanno scoperto di punto in bianco che quelle strutture resteranno chiuse. Chissà fino a quando. Gli asili sono lì – a Ponticelli, Pianura, Chiaia e nel centro storico – e gli elenchi con i nominativi degli iscritti pure, ma gli uni e gli altri sono spudoratamente “finti”. Colpa della burocrazia, si dirà. Sì, perché sette degli otto nidi realizzati con i fondi PAC (il Piano azione coesione messo in campo dal governo per recuperare i ritardi sulla spesa delle risorse europee) sono certamente vittime di procedure articolate e complesse che – nell’Italia dei veti, dei piccoli orticelli e delle inchieste facili – vanno inesorabilmente per le lunghe: così le gare di appalto, anche per carenza di personale, non decollano. Ma sarebbe troppo semplice liquidare in questo modo la faccenda. La verità è che non esiste un problema tecnico che non si possa superare se c’è la volontà politica. E allora la cifra del fallimento di un progetto che ha la pretesa di assurgere a modello nazionale, quello del sindaco de Magistris e dell’amministrazione arancione, sta tutta qui.

Chiariamolo subito: la gestione degli asili è affidata alle Municipalità, che sono dunque le prime responsabili di questo clamoroso flop. Il controllo e il coordinamento spettano però al Comune che, su un tema tanto strategico, non può chiamarsi fuori trincerandosi com’e accaduto spesso dietro il mantra più inflazionato tra gli amministratori pubblici: «È competenza di altri». Un sindaco e una giunta che diano il giusto peso alle politiche sociali si rimboccano le maniche e si adoperano con tutta la loro forza muovendosi anche al di là di ambiti e poteri. E invece questo non è accaduto. Se si va oltre generici impegni puntualmente disattesi si scopre una realtà drammatica, fotografata da numeri impietosi: Napoli è la città in cui si investe meno in Italia nelle politiche sociali e in particolare negli asili nido. A conti fatti, i posti disponibili sono sufficienti per appena due su cento aventi diritto. A complicare la situazione le profonde differenze tra un quartiere e un altro, tra la città di serie A e quella di serie B. Certo, le risorse scarseggiano (il Comune ha i conti in rosso anche perché non riesce a riscuotere le entrate, valorizzare il patrimonio, efficientare le partecipate e la macchina amministrativa) e i tagli ai trasferimenti nazionali non aiutano. Ma anche quando i finanziamenti sono disponibili, come nel caso degli asili realizzati con i fondi PAC, l’obiettivo non viene raggiunto. Se de Magistris intende davvero fare di Napoli un modello nazionale, dovrebbe investire energie e risorse su questi problemi. Per la battaglia elettorale c’è tempo. (gerardo ausiello)

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